Digressione

Consigli d’inchiostro (5)—“Quest’alba radioattiva”.

 

Sorsi di vita

 

Se i ricordi vanno raccolti sul fondo di un bicchiere impossibile da svuotare, non c’è altra soluzione: serve bere sorsate alcoliche e lasciarsi ubriacare dalle memorie disordinate di un viaggiatore. Non si prodiga in convenevoli, ma parla di sé con una libertà che lo presenta meglio di qualsiasi rispetto del galateo: poco più di vent’anni, brucia di entusiasmo, assiepa memorie e ama.
È ebbro di un passato circolare ma mai ripetitivo; confessa la consueta presenza di brindisi liquorosi e di un cuore femminile, esplorato assieme a una città nuova.
Un diario o una lunghissima lettera? Oltre il dubbio, esiste la certezza che l’inchiostro abbia un’unica destinazione: lo sguardo di Greta, o forse la sua anima. Si racconta con sconsiderata pienezza, perché i confini dei corpi e del tempo si confondano ed esista un presente che appartenga interamente ad entrambi. Usa un’imprudenza che evoca generosamente eventi ed emozioni, scavando sino all’infanzia.

Non è un diario di crescita e scoperta: non c’è rivoluzione né cambiamento. Esistono solo anni riportati con cronologie confuse eppure con segreto puntiglio. Sparpaglia indicazioni, suggerimenti e preghiere, perché sia possibile una mimesi feroce; scorrono anni innocenti e periodi di ribellione, senza che scriverne significhi pentimento. Non c’è nessuna colpa per cui domandare assoluzione, solo il compito di riconoscersi.

Giuseppe Sofo tratteggia un’anima da giramondo e un piglio cosmopolita, perché l’investitura sia completa. Non scrive della patria, ma di un focolare cui fare ritorno; manca la responsabilità e non il senso della perdita; non esistono debiti eppure la gratitudine è per chiunque.
La sola fedeltà è verso se stessi, lo ricorda lo spudorato anonimato di colui che innalza Greta a unico pubblico; nonostante non le sia concessa replica, la sua voce s’intuisce nella trappola degli eventi. Non è una musa astratta né un’onerosa fonte di morale, possiede un corpo ed esiste oltre le righe; provoca una sessualità lontana dal semplice erotismo, più vicina al bisogno di erompere oltre gli argini della materia e dell’epidermide, fino alla completa dissoluzione delle distanze con l’altro. Che succede, se la forza di attrazione è tale e si è disposti a sfilacciare i confini di sé?

Scorrono nomi di città, di donne, di alcolici, di canzoni e di amicizie eterne, quasi un compendio di consuetudini ma filtrato da un’utopia adolescenziale. I riferimenti quotidiani – a marche, negozi, luoghi rivoluzionati dal tempo – evocano l’intimità di giorni ordinari, esplosi attorno all’evento di due sconosciuti che si riconoscono.

Il dialogo, spesso sorretto da un’andatura e un linguaggio improbabile, riporta la tensione – familiare e di scoperta – che annoda entrambi, ma possiede poca forza evocativa. La scrittura con cui si confessa e si racconta, invece, raggiunge picchi di profondità e d’ironia capaci di giustificare qualsiasi lontananza dal mancato realismo; in questa forma – un po’ lettera, un po’ flusso di pensieri – non esiste necessità di ordine né di consequenzialità logica, solo la perdurante ammissione di una radicale speranza nel futuro.

E, forse, Quest’alba radioattiva è un ideale; una promessa a se stessi, perché il mondo conosca un sole cocente e colori che ardano nel giorno nuovo, mai arresi al cemento che ingrigisce anche i sogni. Su tutto, veglia il parossistico tentativo di evitare ogni tipo di sacralità e di buonismo, tanto che il giuramento avviene al bancone di un bar senza orario di chiusura,

“(…) mentre sto sciogliendo in un daiquiri un sorriso che tu non conosci.”

 

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Quest’alba radioattiva
Giuseppe Sofo
Las Vegas Edizioni, 2011