Digressione

Consigli d’inchiostro (15) e domino letterario—“Il piccolo principe”.

 
 
 

Cos’è il Domino Letterario? È un gioco, principalmente. E un’opportunità in più per spaziare con la fantasia. Clarissa, di Questione di Libri, ci ha parlato di quest’iniziativa nata tra le booktubers italiane e ci ha coinvolto in un’esperienza simile.
E ormai siamo alla terza… edizione!
(Qui per il secondo giro.)

Funziona così: stilata una lista delle partecipanti, la prima sceglie un libro e la seconda fa lo stesso ispirandosi alla precedente; in base a cosa? Copertina, autore, casa editrice… a suo gusto!

Le blogger e i blogger che partecipano sono:

Luigi, di Everpop, e Simona, di Il salotto dei libri
Caterina, di Lettere d’inchiostro, e… noi!
Virginia, di Le recensioni della Libraia, e la Rapunzel dei libri, di Rosalba
Clarissa, di Questione di libri, e Ale, di Leggere è un modo di viaggiare senz’ali
Deborah, di Leggendo romance, e Kia, di Parole al vento
Elisa, di Devilishly Stylish, e Federica, di On Rainy Days

 

E noi – che seguiamo a Caterina che ha letto Alice from Wonderland di Alessia Coppola – abbiamo scelto Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry; perché? Per legame tematico: mondi fantastici e alternativi.
Pronti? Leggere di più:

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Astrattezze—l’inventafiabe, II.

 

 castello

C’era una volta una principessa che, stanca dei riti di corte, decise di vestirsi da orfanella e di nascondersi nel fienile. Nessuno si preoccupò di cercarla, in verità; come se, smessa la seta, fosse stata semplicemente inghiottita dalla banalità del mondo.
La principessa, però, aveva scoperto di avere dita abbastanza abili da intrecciare la paglia nel migliore dei modi; certo, doveva proteggerla da ogni più piccola scintilla perché non prendesse fuoco e da ogni accenno di gelo perché non divenisse troppo rigida, eppure era felice. Aveva sempre qualche graffio nuovo, lì sulle dita, ma perseverava, indifferente a tutto.

Un giorno qualcuno s’intrufolò nel suo regno privato: un principe derubato del trono mentre era troppo distratto ad alimentare le fiamme del camino. Non se ne era fatto eccessivo cruccio, le raccontò: era partito senza ripensamenti.
Eccolo, allora, a osservare la principessa con le dita impegnate e l’aria assorta.
«Che fai?»
«Mostro al mondo come essere migliore.»
E a lui bastò.

Venne il giorno, però, in cui quel granaio non era più abbastanza, per loro. Fu lui ad accorgersene, una mattina che era preso a spiarla, impegnata con quel fieno che, prima o poi e nonostante i testardi dinieghi della principessa, sarebbe finito.
Non spiegò, non la convinse: si limitò a trascinarla via, perché sapeva che quel regno non apparteneva a nessuno dei due.

Attraversarono mari e monti. Lei si sarebbe fermata ovunque, lui non era mai soddisfatto.
Era un pomeriggio soleggiato, quando finalmente le annunciò che il viaggio era finito.
Davanti a sé la principessa vide un trono tanto ampio da contenerli entrambi, un banchetto parco di lussi eppure profumato quanto il cibo degli Dèi. Stanca e affamata, s’accomodò. Fu in quel momento che un bagliore tanto puro da ferirle gli occhi pretese che lei guardasse più in là, oltre colonne divorate dall’edera: c’era un castello lucido di marmi.

Dicono che la pietra sia stata rubata dal letto di un fiume. Si racconta l’abbia cesellata l’impazienza, ma sia stata la fermezza d’un animo lungimirante a levigarla.

Vissero lì, per un po’.

E poi? Vuoi sapere cosa ne fu, di quei reali senza corona? Le storie, di solito, si fermano qui; questa, però, è una fiaba diversa.

Devo confessare che il castello, un giorno, si sgretolò.
Erano salvi entrambi, eppure nessuno sorrise.


Estratto dei diari di Choisya, abitante di Yume.

 
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Astrattezze—l’inventafiabe, I.

 

 

C’era una volta un biscotto che possedeva quanto più si voglia desiderare in questa vita: una ricetta speciale, un impasto invidiabile e, persino, una biscottiera tutta per lui. Candida ed elegante, dalle anse spaziose eppure rassicuranti.
Sapeva di dover essere felice. E lo era.

Eppure un giorno non gli bastò più: il bianco era troppo bianco, l’eleganza troppo perfetta, lo spazio troppo ampio.
Quando un bimbo passo di lì, allora, lo convinse a farsi raccogliere; al bimbo, in verità, i dolci neppure piacevano, però gli sembrava sgarbato rifiutare e si fece convincere a portarlo con sé. Il biscotto sapeva raccontare storie tanto affascinanti che improvvisamente il bimbo scoprì di non poterne più fare a meno.

Il bambino passava sempre più tempo nella dispensa, anche quando fuori pioveva, non c’era modo di andare a passeggiare e il dolcetto doveva rimanere nella biscottiera.
Era un giorno assolato, di quelli che promettono l’estate, quando la cuoca – occupata a controllare le provviste prima delle solite spese al mercato – scoprì la biscottiera vuota.
Non appena sentì uno scalpiccio di passi per le scale, corse a controllare. E vide il bambino saltellare verso l’ingresso con le tasche rivolte e la faccia sporca.

«L’hai mangiato?! »
«L’ho mangiato.»
«Ma come hai potuto? Era speciale!»
«Proprio per questo.»

La cuoca, fuori di sé, si rintanò nella dispensa e pianse lacrime amare.

«Perché l’hai fatto?»
«Ora sei libero.»
«Ma penseranno tutti che è colpa tua!»
«Ora sei libero!»
«E tuo.»
«Sì.»


Estratto dei diari di Choisya, abitante di Yume.