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Astrattezze—l’inventafiabe, II.

 

 castello

C’era una volta una principessa che, stanca dei riti di corte, decise di vestirsi da orfanella e di nascondersi nel fienile. Nessuno si preoccupò di cercarla, in verità; come se, smessa la seta, fosse stata semplicemente inghiottita dalla banalità del mondo.
La principessa, però, aveva scoperto di avere dita abbastanza abili da intrecciare la paglia nel migliore dei modi; certo, doveva proteggerla da ogni più piccola scintilla perché non prendesse fuoco e da ogni accenno di gelo perché non divenisse troppo rigida, eppure era felice. Aveva sempre qualche graffio nuovo, lì sulle dita, ma perseverava, indifferente a tutto.

Un giorno qualcuno s’intrufolò nel suo regno privato: un principe derubato del trono mentre era troppo distratto ad alimentare le fiamme del camino. Non se ne era fatto eccessivo cruccio, le raccontò: era partito senza ripensamenti.
Eccolo, allora, a osservare la principessa con le dita impegnate e l’aria assorta.
«Che fai?»
«Mostro al mondo come essere migliore.»
E a lui bastò.

Venne il giorno, però, in cui quel granaio non era più abbastanza, per loro. Fu lui ad accorgersene, una mattina che era preso a spiarla, impegnata con quel fieno che, prima o poi e nonostante i testardi dinieghi della principessa, sarebbe finito.
Non spiegò, non la convinse: si limitò a trascinarla via, perché sapeva che quel regno non apparteneva a nessuno dei due.

Attraversarono mari e monti. Lei si sarebbe fermata ovunque, lui non era mai soddisfatto.
Era un pomeriggio soleggiato, quando finalmente le annunciò che il viaggio era finito.
Davanti a sé la principessa vide un trono tanto ampio da contenerli entrambi, un banchetto parco di lussi eppure profumato quanto il cibo degli Dèi. Stanca e affamata, s’accomodò. Fu in quel momento che un bagliore tanto puro da ferirle gli occhi pretese che lei guardasse più in là, oltre colonne divorate dall’edera: c’era un castello lucido di marmi.

Dicono che la pietra sia stata rubata dal letto di un fiume. Si racconta l’abbia cesellata l’impazienza, ma sia stata la fermezza d’un animo lungimirante a levigarla.

Vissero lì, per un po’.

E poi? Vuoi sapere cosa ne fu, di quei reali senza corona? Le storie, di solito, si fermano qui; questa, però, è una fiaba diversa.

Devo confessare che il castello, un giorno, si sgretolò.
Erano salvi entrambi, eppure nessuno sorrise.


Estratto dei diari di Choisya, abitante di Yume.