Digressione

post-it—“L’amore è un’altra cosa”.

 

amore altra cosa

 

Sa di limone, ma non c’è nulla di aspro in questo libro; L’amore è un’altra cosa ha il sapore del primo morso che s’infigge al frutto, prima che bruci abbastanza da rovinare la gola. L’acuta sensazione che ne deriva è che il tempo non basti per rendere conto di tutto né per capirne le ragioni; si viene travolti dagli eventi, nel libro come nella vita.

L’andatura della narrazione, svelta e a volte brusca, è un susseguirsi di diapositive; i dialoghi, soprattutto, sono piccoli spaccati di vissuto che si aggregano a un unico, vero, filo conduttore: un reportage di esistenza a cui possiamo partecipare tutti, perché la trama è così quotidiana che specchia le insicurezze, i dubbi e gli entusiasmi di chiunque. Anche il nome della protagonista è sfuggente, dilava i confini tra sé e il lettore, in modo che ci si possa avvicinare alla sua personalità e mischiarla alla propria. Continue reading “post-it—“L’amore è un’altra cosa”.” »

 

Spicchi di poesia (1) — “Nella dolcezza della primavera”

 
 

Estratti di poesia, per percorrere insieme versi lontani, poco familiari o tanto nuovi da essere sconosciuti. Un percorso nel tempo e nello spazio, per avvicinare una forma di scrittura troppo spesso giudicata complessa e lontana. L’avviciniamo così, in spicchi: assaggi in ordine cronologico.

 


Nella dolcezza della primavera
i boschi rinverdiscono, e gli uccelli
cantano, ciascheduno in sua favella,
giusta la melodia del nuovo canto.
È tempo, dunque, che ognuno si tragga
presso a quel che più brama.

(La primavera è arrivata e anche il tempo, per ognuno, di ottenere ciò che più desidera.)

Dall’essere che più mi giova e piace
messaggero non vedo, né sigillo:
perciò non ho riposo né allegrezza,
né ardisco farmi innanzi
finché non sappia di certo se l’esito
sarà quale domando.

(Di colei che amo non so più nulla, non è arrivato nessun messaggero né una sua missiva; non ho pace, ma non voglio farmi avanti finché non so quale sarà il suo responso.)

Del nostro amore accade
come del ramo del biancospino,
che sta sulla pianta tremando
la notte alla pioggia e al gelo,
fino a domani, che il sole s’effonde
infra le foglie verdi sulle fronde.

(Il nostro amore è come il ramo del biancospino che intirizzisce sull’albero, la notte, nella pioggia e nel gelo, fino all’indomani, quando il sole si diffonde attraverso il fogliame.)

Ancora mi rimembra d’un mattino
che facemmo la pace tra noi due,
e che mi diede un dono così grande:
il suo amore e il suo anello.
Dio mi conceda ancor tanto di vita
che il suo mantello copra le mie mani!

(Ricordo ancora di un mattino, quando stringemmo un patto e mi fece un grande dono: il suo amore e il suo anello. Dio mi lasci vivere abbastanza da… mettere le mani sotto il suo mantello!)

 

Guglielmo d’Aquitania
(1071-1126)


Siamo nel pieno della cultura cortese, così chiamata perché si sviluppa nelle corti dei signori feudali (soprattutto francesi) ed è espressione dell’aristocrazia del tempo. (In Italia c’è un ambiente diverso, cittadino, e la letteratura non vive dell’impulso derivante dalle corti e dai castelli ma dalle istituzioni comunali: i ceti borghesi costituiscono la nuova classe dominante.)

La letteratura francese tra l’XI e il XIII secolo è molto fiorente e, in un certo senso, duplice: la lingua d’oïl (parlata a nord) dà vita all’epica e alla narrativa, la lingua d’oc (ovvero il provenzale, usato a sud) genera soprattutto poesia lirica.

La canzone (così è chiamata la forma principale utilizzata dai provenzali) di Guglielmo d’Aquitania raccoglie le principali caratteristiche della lirica cortese: la descrizione della natura, la presenza di una donna di cui cantare le lodi e il richiamo al ruolo di cavaliere.
In questo caso, l’autore è uno dei maggiori signori feudali del tempo ma i poeti di lingua d’oc (chiamati trovatori) per lo più appartengono alla nobiltà minore; il cavaliere-poeta – che difende la fede cristiana, il proprio signore, i deboli e le donne – risiede in una corte in cui l’onore e le virtù spirituali rappresentano tutto. In un contesto del genere è inevitabile si crei un codice di vita omogeneo ed estremamente formalizzato, facilmente trasposto anche in letteratura.

In cambio delle loro parole di lode e devozione nei confronti delle donne dei signori feudali, i trovatori chiedono protezione e un segno del loro amore: un anello, in questo caso, oppure altri oggetti che dimostrino l’occhio di riguardo che la signora ha per loro. Si tratta di un simbolo, non di passione concreta: non tradivano i loro mariti (di solito, almeno!). Va interpretato in chiave di vassallaggio feudale anche questo, è un vero e proprio “servizio d’amore” (la malizia si spreca, sì!). C’è da dire, tra l’altro, che il nome della donna non viene mai espresso in modo esplicito,  ma è coperto da un senhal, una figura retorica che rende meno palese chi sia l’oggetto delle attenzioni.

Le poesie liriche erano trasmesse per via orale, recitate e accompagnate da musica; perché un giullare potesse occuparsi dell’esecuzione, i testi venivano consegnati con vidas (le biografie degli autori) e razos (le spiegazioni della lirica) ed è in questo modo che abbiamo ereditato i testi.

E le donne, oggetto di attenzioni, in quale altra maniera partecipavano a questo nuovo modo di fare letteratura? (C’è da considerare, anche, l’originalità di trattare la figura femminile con tanta… cortesia; una visione decisamente contraria all’eredità del Medioevo, durante il quale il corpo e le qualità delle donne sono stati demonizzati.)
Ne parliamo la prossima volta!

 


 

(MINI)BIBLIOGRAFIA
fonti storiografiche:
Luperini et al., La scrittura e l’interpretazione, 2004.
testo:
antelitteram.com