Digressione

Consigli d’inchiostro (2)—“Manifesto per un nuovo femminismo”.

 

Essere e non essere: la sconfitta del dualismo

 

Non tutte le Relazioni pericolose scombinano gli equilibri e mettono in discussione le sicurezze per puro atto di ribellione, alcune hanno lo scopo di porre in luce questioni fondamentali; contestano, ma senza strepitio. La Mimesis Edizioni celebra la nascita di questa collana con il suo primo titolo: Manifesto per un nuovo femminismo, saggio a più mani e più voci, reso un compendio della società odierna; ne viene il riflesso di un Occidente affaticato dai veloci cambiamenti culturali e confuso dal bisogno d’identificare il ruolo e l’essenza femminile, d’un tratto divenuti sfuggenti. C’è soprattutto questo – l’ossessiva tendenza a catalogare e lo spaesamento per le categorie tradizionali in gran parte mutate – al centro delle osservazioni dei tredici contributi.
Ognuno di loro, armato di sola neutralità descrittiva, evita di sostenere la sfumatura militante che traspare dal titolo e indaga argomenti variegati – dalla ricostruzione cronologica all’ipotesi di miglioramento – che aiutano l’approccio critico, senza bisogno d’impalcature ideologiche o conoscenze approfondite e a priori.
Maria Grazia Turri cura il volume, ne dà principio con l’ampia introduzione e proseguo nel primo capitolo; avviene, poi, una concatenazione di argomenti disparati: dalla sfera emotiva ai simboli, dalla scienza agli stereotipi. Non è un ordine da scatole cinesi, ma un’apertura in pieghe su tematiche quotidiane; lasciate fiorire una accanto all’altra, si schiudono sulla consapevolezza di un diverso modo di pensare il femminile e sulla necessità di rompere la rigidità dei ruoli.

L’identità, generata in massima parte dal confronto con l’altro, rischia d’invischiarsi in un individualismo superficiale e cieco, se si conforma a una società che vive di dualismi rigidi (natura/cultura, scienza/arte, uomo/donna). Manifesto per un nuovo femminismo propone un superamento possibile grazie a un impegno d’individuazione, descritto come stato di equilibrio e di indagine sfaccettata. Quest’analisi, introspettiva eppure lontana dal narcisismo che svuota l’io e rompe le relazioni, deve scardinare le convinzioni imposte dai tre pilastri della cultura (religione, politica, attività militare) e permettere che il progresso scientifico mostri come le verità inossidabili e le dicotomie categatoriali non esistano. Allo stesso tempo, si mostra necessaria la riscoperta delle differenze che distinguono ogni individuo, distruggendo la definizione di genere senza ignorare il valore delle specificità. Se è vero che variazione, ereditarietà e successo riproduttivo sono i fondamenti della selezione naturale, ben meno indispensabile è definire – per costruzione sociale – due sole categorie sessuali.
Alcune diversità biologiche sono indiscutibili e, se fatte emergere senza giudizi di valore, promettono una ricchezza tale da rendere più ampia qualsiasi prospettiva. Significa, ad esempio, non ignorare che essere in grado di dare la vita fa assumere al corpo – e alle pratiche che lo coinvolgono – significati che nulla hanno a che fare con la scarna discriminazione.

La libertà, in questo orizzonte, non è una rivendicazione di ruolo o di status, ma si spiega come un’assenza di costrizioni; permette di decidere senza condizionamenti ingenui: percepire i pericoli custoditi e diffusi dagli stereotipi è un riscatto doveroso verso se stessi.

«Non può essere libero un genere che ne opprime un altro.»

Parafrasare Marx e affilare la scrittura in percentuali drammatiche (sui numeri dell’occupazione femminile, degli stipendi e della presenza nelle posizioni di rilievo) non toglie ampiezza a un’analisi che evita d’irrigidirsi in visioni faziose. Lascia spazio a sfumature originali e che non ignorano come alcuni tipi di convenzioni siano deleterie anche per l’uomo, costretto spesso a rispondere ad aspettative di virilità che non mancano di diventare ugualmente rovinose.

C’è tanto da leggere, nel saggio, e rimane molto altro da pensare; queste testimonianze – sorrette da una bibliografia diffusa e puntigliosa – danno i mezzi per smettere qualunque giustificazione: nascondersi dietro ai luoghi comuni è un modo come un altro per ignorare le rivoluzioni conoscitive che il sapere, ormai, mette a disposizione di chiunque.

 

Manifesto per un nuovo femminismo
(a cura di) Maria Grazia Turri
Mimesis Edizioni, 2013

 
Digressione

Consigli d’inchiostro (1)—“Luce d’estate”.

 
 

Inauguriamo “Consigli d’inchiostro”, un angolo dedicato ai libri che ci fa piacere consigliare.
Per i più disparati motivi e per mano di lettori molti diversi tra loro.

 



E se non si è soli, sul cuor della terra?

«In lontananza spuntano migliaia di isole e isolotti come una dentatura irregolare dal mare – la sera il sole vi sanguina e allora pensiamo alla morte.»

In uno spicchio d’Islanda, cinto da una solitudine pacifica e familiare, c’è un paesetto di quattrocento anime; giovane – tanto che la casa più vecchia non è stata costruita più di cent’anni prima – e illanguidito dalle abitudini, non può nemmeno ostentare i natali di qualche personaggio celebre. Nessuna personalità che vi abita, però, ha modo di essere ignorata: è la voce narrante, corale e intenso racconto di giorni monotoni, ma dalla noia impossibile.

Ogni evento, dal suicidio di un padre dolente alla passeggiata quotidiana di una giovane donna, assume il genere d’importanza che solo i pettegolezzi di una piccola comunità possono rendere tanto monumentali; sappiamo tutto sia delle bassezze umane – nutrimento facile delle dicerie – sia dei disagi emotivi, perché lo sguardo collettivo non è diretto solo all’esterno. In questo luogo ritagliato dal mondo, infatti, il paesaggio è infinito e statico, ma all’interno esiste un genere di condivisione che valica la materia; permette di sentire la pressione che la morte getta su ognuno di loro, ispida come gli spazi che li circondano, ma anche l’ironica scaramanzia che protegge dalla solennità.

Parlano a un «tu» da intrattenere e non annoiare; creano appigli alla memoria, piccoli sunti per muoversi nei cunicoli dei pettegolezzi già raccontati, e proseguono senza cronologie definite, addirittura senza programmi. Partecipiamo al modo con cui qualcuno spia dalle finestre e altri dimenticano la promessa di mantenere un segreto, mentre altri ancora assistono spudoratamente a conversazioni che non dovrebbero ascoltare. O forse possono, perché la riservatezza manca né viene cercata.

Solo di Jakob e Eygló sappiamo pochissimo: «le donne come lei non hanno mai scatenato nessuna guerra» e lui «è felice, vive una vita piena e priva di ombre», condividono un amore a cui non possiamo partecipare. La luce delle loro esistenze è rara; tutt’intorno – nonostante il tono scanzonato delle memorie – c’è la foschia di una tensione continua, dubbiosa, che impedisce a chiunque di trovare serenità.

Jón Kalman Stefánsson scrive un libro sui sentimenti universali, ma sa come non renderli gravosi; la morte, l’angoscia, il dubbio, il desiderio carnale e l’egoismo diventano poesia. Non solo per la sensibilità con cui indaga l’animo umano, ma per la spassionata schiettezza con cui oltrepassa il confine tra l’allusione e la volgarità; usa, anche allora, una grazia che non tradisce mai. La sacralità scompare, anche rispetto al divino, e cede a tentazioni terrene, lasciando due soli uomini a pagare il contrappasso con la lontananza dal cielo; uno sogna in latino e si dedica con abnegazione agli studi, l’altro è sospeso in una fantasia che non lo libera e lo lascia immobile.

Luce d’estate ed è subito notte s’interroga sulla vita e non ha riposte; le domande aleggiano senza insistere e le pagine si soddisfano dei sorrisi strappati via dalle considerazioni beffarde, repentine e precarie come la bella stagione.

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Luce d’estate ed è subito notte
Jón Kalman Stefánsson
Iperborea, 2013