Digressione

Consigli d’inchiostro (8)—“Molto forte, incredibilmente vicino”.

 
 

Oscar ha nove anni e abita a New York; possiede il piglio del genio e l’ascendenza di piccole, insistenti, ossessioni. È un ideatore d’invenzioni bislacche e un giorno trova un motivo per mettere all’opera tutto il proprio estro: rincorrere l’ultima traccia di sé che ha lasciato il padre.
Convinto che possa portarlo a un messaggio tanto importante da giustificare bugie e lunghi viaggi, Oscar si aggrappa a una singola prova d’inchiostro e si getta all’inseguimento della propria certezza, perché del padre – altrimenti – non ha che l’ultima chiamata da una delle Torri Gemelle, prima che la disgrazia epocale che ha afflitto gli Stati Uniti si abbatta anche su di lui.

Molto forte, incredibilmente vicino è un libro che parla di dolore e che non v’indulge; senza patetismi, ma con una sensibilità finissima, accompagna il testardo desiderio di Oscar di non sprofondare in se stesso e di trarre dall’angoscia un’ispirazione creatrice.

Jonathan Safran Foer – una volta in più, dopo Ogni cosa è illuminata (2002) – ripercorre la tensione alla ricerca e l’impulso a richiamare i ricordi: imminente e nostalgico allo stesso tempo, questo scrittore statunitense riesce a sorreggere l’ampiezza dell’orizzonte umano, senza essere fastidiosamente monumentale. L’istantaneità, curata in Molto forte, incredibilmente vicino con una serie d’illustrazioni, è ciò che ha probabilmente nutrito con naturalezza la traduzione cinematografica dal titolo omonimo.

 

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Molto forte, incredibilmente vicino
Jonathan Safran Foer
Guanda, 2005

 


 

 
Digressione

Consigli d’inchiostro (7)—“Il seme del male”.

 
 

Alla radice di ogni corruzione… cosa c’è?
Joanne Harris lo svela e lo nasconde tra pagine divise: uno e due, le voci narranti, s’inseguono e s’intrecciano nel riportare presente e passato. Emerge l’eterno ritorno di ciò che appare indissolubilmente legato agli istinti dell’uomo: il desiderio, il sollievo, il riscatto.

È un libro sulle pulsioni basilari, rivelate come meccanismo di tutto, al di là delle generazioni. Al di là della morte.

Non c’è magia rivelata né invasione del soprannaturale: Il seme del male insinua l’esistenza di qualcosa di più profondo, inumano, che mette in discussione le proporzioni del mondo, ma senza rovesciarlo. Una lenta fascinazione, invece, che irretisce ed è alla base di ogni potere.
Qual è la soluzione? Ritrarsi? Permettere che ogni cosa avvenga? In un gioco di vasi comunicanti, Il seme del male vaglia ogni alternativa e, forse, ne lascia solo una.

Joanne Harris, vent’anni dopo la prima pubblicazione, ripropone lo scritto della propria giovinezza, rivisitato da nuovi accorgimenti eppure ancora puro dell’atmosfera gotica pensata nel 1989. Contiene gli albori della delicatissima magia che ha permesso il successo mondiale del suo Chocolat, tale da guadagnare l’interesse del grande schermo, e la serie di scritture potenti e immaginifiche dei numerosi libri che ha pubblicato in seguito, d’uguale forza espressiva.

 

il seme del male Il seme del male
Joanne Harris
Garzanti, 2009

 
Digressione

Consigli d’inchiostro (6)—“Le ho mai raccontato del vento del Nord”.

 
 

Sorprendente e familiare, Le ho mai raccontato del vento del Nord si adatta a descrizioni diverse: sfugge a tutte. Allo stesso modo, è quiescente e imprevedibile il legame tra Emmi Rothner e Leo Leike, impegnati in uno scambio epistolare iniziato per caso e proseguito con viva intenzione.
Sappiamo poco o niente di loro, almeno dapprincipio. Le prime mail arrancano tra rigidezze formali e ironia rocambolesca, ma presto si sciolgono in un’intimità pungente; quasi eccessiva, perché così capita alle relazioni nate dalle parole ma senza voce.
Lunghissime confessioni o monosillabi brutali: tutto, in gran segreto, tesse le ragioni del sentimento improbabile, equivoco e seducente che li unisce. Non è una storia d’amore; in verità si tratta di un viaggio – o di uno scivolone, forse – verso il fondo di se stessi, in un punto dove la prudenza non serve a lenire il dolore della caduta né a desiderare che avvenga più lentamente.

“Ha trasformato il mio monologo interiore in un dialogo. (…) Mette in discussione, insiste, parodia, entra in conflitto con me.”

Per chi ha pazienza, acuta sensibilità e una certa – buona – dose di umorismo.
E si è scoperto infantile, una volta ogni tanto.

 

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Le ho mai raccontato del vento del Nord
Daniel Glattauer
Feltrinelli, 2010

 
Digressione

Consigli d’inchiostro (5)—“La bellezza per te e per me”.

 
 

La società contemporanea è oggetto frequente di osservazioni, dal proliferare di studi accademici al cicaleccio quotidiano; meno diffusa, però, è la prospettiva che eviti sia i toni paternalistici sia facili moralismi, addirittura senza indugiare in una tentazione permissiva.

Alberto Abruzzese non sveste i panni del sociologo erudito, ma si propone di evitare il difetto che rimprovera alla letteratura specialistica: non toccare il senso comune. Per quest’indagine sulla bellezza, allora, inizia da se stesso e dall’esperienza ordinaria; osserva come i mezzi di comunicazione abbiano facilitato un’estetica priva di eticità, capace di negoziare valori diversi – puramente consumistici – per giudicare il bello. È cambiato, nel frattempo, ed è diventato un amalgama che dissacra le armonie, include il brutto e vuole l’esagerazione. È un tempo, il nostro, assolutamente estetizzato; ha accantonato i modelli classici, però, e la vuotezza morale non è riempita da nulla, perché vive di se stessa. Esattamente a quest’altezza è facile parlare di crisi di valori, ma l’analisi di Alberto Abruzzese trova che compiere un’ode al passato – e inneggiare alla necessità di una riscoperta degli stereotipi tradizionali – equivalga alla degradazione che si critica alla cultura attuale.

“Si può addirittura sperare che sia la stessa crisi delle tradizioni del sapere moderno a dare qualche credito alla proposta così scandalosa di assumere la mentalità post-umana.”

Abbandonato l’anacronismo, la via più opportuna è accettare con completezza ciò che Edgar Allan Poe aveva già definito nervosismo della vita moderna, l’unica disposizione in grado di cogliere il doppio movimento che agita il concetto contemporaneo di bellezza, ormai divisa tra il culto e la propria stessa dispersione. Consumare e produrre, attività divenute pressoché simultanee, sono le ossessioni di un’epoca che usa la tecnologia come protesi del corpo; questo tipo di comunicazione – analfabetica, psicomotoria, esperienziale – è la stessa che inevitabilmente condiziona l’identità. Solo la fantascienza sembra in grado di rappresentare al meglio l’immaginario corrente, nel groviglio di regni paralleli che spaziano l’uno all’oscuro dell’altro, ammissibili proprio perché riflesso del mondo della rete cibernetica.

Smettere di raccogliere l’eredità dei modelli di scrittura non significa deturparli, ma accettare il cambiamento; allo stesso modo, ammettere che l’estetica ha nuove priorità e diversi punti di riferimento non è altro che un’indispensabile presa di coscienza rispetto al quotidiano.

Eppure è Semiramide, nome delle leggende arcaiche, che viene usata come metafora utile a spiegare la forza attrattiva dell’estetica: come la regina assira sarebbe stata in grado di sedare una rivolta solo grazie al proprio apparire, seminuda e affascinante, così la bellezza – ancora adesso – riporta la stessa tendenza pacificatrice; esagerata, ma sempre la stessa, riesce nell’opera d’anestetizzarci. È una dimostrazione in più del modo in cui si tende inconsciamente a riporsi in immagini precostituite e in modelli fuori tempo?

Post-umano, è così che viene definita l’ultima rivoluzione che la cultura deve compiere. E La bellezza per te e per me è la dimostrazione di come l’individualità – nonostante la società di massa e le aggregazioni di comunità virtuali – non venga negata nemmeno in quest’ultimo rovesciamento. Il punto di vista personale di Alberto Abruzzese, radicato all’esperienza diretta, e la mancanza di giudizi falsamente distaccati rendono questa raccolta di saggi lontana da qualsiasi freddezza, benché l’andamento sia indubbiamente complesso e i riferimenti ardui. Non c’è cinismo né rassegnazione; sorprende, al di là dell’impalcatura teorica, il generoso accoglimento di tutte le sfumature di un’attualità solitamente vessata dal proliferare di ogni genere di cinismo.

 

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La bellezza per te e per me. Saggi contro l’estetica
Alberto Abruzzese
Liguori, 2012

 
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Consigli d’inchiostro (5)—“Quest’alba radioattiva”.

 

Sorsi di vita

 

Se i ricordi vanno raccolti sul fondo di un bicchiere impossibile da svuotare, non c’è altra soluzione: serve bere sorsate alcoliche e lasciarsi ubriacare dalle memorie disordinate di un viaggiatore. Non si prodiga in convenevoli, ma parla di sé con una libertà che lo presenta meglio di qualsiasi rispetto del galateo: poco più di vent’anni, brucia di entusiasmo, assiepa memorie e ama.
È ebbro di un passato circolare ma mai ripetitivo; confessa la consueta presenza di brindisi liquorosi e di un cuore femminile, esplorato assieme a una città nuova.
Un diario o una lunghissima lettera? Oltre il dubbio, esiste la certezza che l’inchiostro abbia un’unica destinazione: lo sguardo di Greta, o forse la sua anima. Si racconta con sconsiderata pienezza, perché i confini dei corpi e del tempo si confondano ed esista un presente che appartenga interamente ad entrambi. Usa un’imprudenza che evoca generosamente eventi ed emozioni, scavando sino all’infanzia.

Non è un diario di crescita e scoperta: non c’è rivoluzione né cambiamento. Esistono solo anni riportati con cronologie confuse eppure con segreto puntiglio. Sparpaglia indicazioni, suggerimenti e preghiere, perché sia possibile una mimesi feroce; scorrono anni innocenti e periodi di ribellione, senza che scriverne significhi pentimento. Non c’è nessuna colpa per cui domandare assoluzione, solo il compito di riconoscersi.

Giuseppe Sofo tratteggia un’anima da giramondo e un piglio cosmopolita, perché l’investitura sia completa. Non scrive della patria, ma di un focolare cui fare ritorno; manca la responsabilità e non il senso della perdita; non esistono debiti eppure la gratitudine è per chiunque.
La sola fedeltà è verso se stessi, lo ricorda lo spudorato anonimato di colui che innalza Greta a unico pubblico; nonostante non le sia concessa replica, la sua voce s’intuisce nella trappola degli eventi. Non è una musa astratta né un’onerosa fonte di morale, possiede un corpo ed esiste oltre le righe; provoca una sessualità lontana dal semplice erotismo, più vicina al bisogno di erompere oltre gli argini della materia e dell’epidermide, fino alla completa dissoluzione delle distanze con l’altro. Che succede, se la forza di attrazione è tale e si è disposti a sfilacciare i confini di sé?

Scorrono nomi di città, di donne, di alcolici, di canzoni e di amicizie eterne, quasi un compendio di consuetudini ma filtrato da un’utopia adolescenziale. I riferimenti quotidiani – a marche, negozi, luoghi rivoluzionati dal tempo – evocano l’intimità di giorni ordinari, esplosi attorno all’evento di due sconosciuti che si riconoscono.

Il dialogo, spesso sorretto da un’andatura e un linguaggio improbabile, riporta la tensione – familiare e di scoperta – che annoda entrambi, ma possiede poca forza evocativa. La scrittura con cui si confessa e si racconta, invece, raggiunge picchi di profondità e d’ironia capaci di giustificare qualsiasi lontananza dal mancato realismo; in questa forma – un po’ lettera, un po’ flusso di pensieri – non esiste necessità di ordine né di consequenzialità logica, solo la perdurante ammissione di una radicale speranza nel futuro.

E, forse, Quest’alba radioattiva è un ideale; una promessa a se stessi, perché il mondo conosca un sole cocente e colori che ardano nel giorno nuovo, mai arresi al cemento che ingrigisce anche i sogni. Su tutto, veglia il parossistico tentativo di evitare ogni tipo di sacralità e di buonismo, tanto che il giuramento avviene al bancone di un bar senza orario di chiusura,

“(…) mentre sto sciogliendo in un daiquiri un sorriso che tu non conosci.”

 

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Quest’alba radioattiva
Giuseppe Sofo
Las Vegas Edizioni, 2011