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Astrattezze—l’inventafiabe, I.

 

 

C’era una volta un biscotto che possedeva quanto più si voglia desiderare in questa vita: una ricetta speciale, un impasto invidiabile e, persino, una biscottiera tutta per lui. Candida ed elegante, dalle anse spaziose eppure rassicuranti.
Sapeva di dover essere felice. E lo era.

Eppure un giorno non gli bastò più: il bianco era troppo bianco, l’eleganza troppo perfetta, lo spazio troppo ampio.
Quando un bimbo passo di lì, allora, lo convinse a farsi raccogliere; al bimbo, in verità, i dolci neppure piacevano, però gli sembrava sgarbato rifiutare e si fece convincere a portarlo con sé. Il biscotto sapeva raccontare storie tanto affascinanti che improvvisamente il bimbo scoprì di non poterne più fare a meno.

Il bambino passava sempre più tempo nella dispensa, anche quando fuori pioveva, non c’era modo di andare a passeggiare e il dolcetto doveva rimanere nella biscottiera.
Era un giorno assolato, di quelli che promettono l’estate, quando la cuoca – occupata a controllare le provviste prima delle solite spese al mercato – scoprì la biscottiera vuota.
Non appena sentì uno scalpiccio di passi per le scale, corse a controllare. E vide il bambino saltellare verso l’ingresso con le tasche rivolte e la faccia sporca.

«L’hai mangiato?! »
«L’ho mangiato.»
«Ma come hai potuto? Era speciale!»
«Proprio per questo.»

La cuoca, fuori di sé, si rintanò nella dispensa e pianse lacrime amare.

«Perché l’hai fatto?»
«Ora sei libero.»
«Ma penseranno tutti che è colpa tua!»
«Ora sei libero!»
«E tuo.»
«Sì.»


Estratto dei diari di Choisya, abitante di Yume.

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